Il latino e il greco: la bellezza di una strada in salita

In un mondo che corre sempre più veloce, il latino e il greco ci ricordano che alcune delle cose più belle si conquistano lentamente.
Prima o poi, studiando il latino e il greco, arriva il momento in cui la difficoltà sembra vincere sulla pazienza, le parole si fanno ostinate e la strada appare improvvisamente più ripida. Davanti ad una versione, tra parole da cercare, costruzioni da sciogliere e significati che sembrano sfuggire, affiora una domanda inevitabile:
«Ma perché devo studiare tutto questo?»
Di solito la domanda arriva mentre si cerca disperatamente un verbo sul vocabolario, quando un genitivo sembra non dipendere da niente, quando una parola greca presenta una quantità preoccupante di significati o quando quel paradigma, studiato la sera prima, ha misteriosamente deciso di scomparire dalla memoria.
Eppure la risposta potrebbe trovarsi proprio lì, in quella fatica.
Perché il latino e il greco assomigliano ad una strada di montagna. All’inizio si guarda verso l’alto e la cima sembra lontanissima. Poi si comincia a camminare.
Un passo. Una declinazione. Un altro passo. Un paradigma. Una frase finalmente tradotta.
Ogni tanto si sbaglia sentiero e bisogna tornare indietro.
Ma si continua a salire.
E, quasi senza accorgersene, il panorama comincia a cambiare.
In un mondo veloce, imparare ad andare piano
Viviamo nell’epoca della velocità.
Scorriamo immagini con un dito, saltiamo un video dopo pochi secondi, ascoltiamo messaggi vocali accelerati, cerchiamo una risposta e pretendiamo di trovarla immediatamente.
Aspettare ci infastidisce. Fermarsi sembra quasi una perdita di tempo.
Poi arrivano il latino e il greco e, con una certa indifferenza verso le nostre abitudini moderne, ci dicono:
No. Qui devi fermarti.
Una frase antica non si concede alla fretta.
Bisogna osservarla. Cercare il verbo. Riconoscere i casi. Stabilire i legami tra le parole. Provare una traduzione, accorgersi che non funziona, cancellare, ricominciare.
Bisogna avere pazienza.
Ed è forse questa una delle lezioni più moderne che possano darci due lingue così antiche: non tutto deve essere immediato.
Esiste ancora una bellezza che richiede tempo.
La bellezza della comprensione.
Poi arrivano loro: Rocci e Castiglioni-Mariotti
Naturalmente, in questo viaggio, ci sono anche due compagni piuttosto ingombranti.
Da una parte il Rocci, dall’altra il Castiglioni-Mariotti.
Non sono esattamente tascabili.
A guardarli, più che vocabolari sembrano strumenti per allenare contemporaneamente la mente e i bicipiti.
All’inizio incutono persino un certo timore. Poi, pagina dopo pagina, diventano compagni di viaggio.
Si apre il vocabolario convinti di cercare semplicemente il significato di una parola e si scopre invece che quella parola ha attraversato i secoli.
Ha cambiato significato.
Ha generato altre parole.
È arrivata fino all’italiano.
E improvvisamente ci si rende conto di una cosa sorprendente:
noi parliamo il latino e il greco molto più di quanto immaginiamo.
Parole antiche dentro le nostre giornate
Diciamo memoria, cultura, libertà, famiglia, scuola, giustizia e portiamo con noi il latino.
Parliamo di democrazia, politica, teatro, filosofia, storia, geografia, matematica, biologia, psicologia e il greco continua ad abitare nelle nostre conversazioni.
Sono passati secoli, sono cambiati popoli, città, confini, tecnologie.
Eppure quelle parole sono ancora qui.
Studiare il latino e il greco significa allora fare qualcosa di straordinario: scoprire la storia nascosta dentro le parole che pronunciamo ogni giorno.
È come entrare nella propria casa e trovare, dietro una porta che non avevamo mai aperto, una stanza piena di storie.
E dietro le parole ci sono gli uomini
Ma il vero incontro avviene dopo.
Quando dietro la grammatica cominciano ad apparire le persone.
Ed è allora che il mondo antico smette improvvisamente di essere antico.
Achille si arrabbia.
Ulisse desidera tornare a casa.
Saffo conosce il turbamento dell’amore.
Socrate continua a fare domande scomode.
Catullo ama, soffre, si contraddice.
Seneca si interroga sul tempo che fugge.
Gli uomini e le donne di duemila anni fa hanno paura, desiderano, sperano, sbagliano, combattono, si innamorano, soffrono per un’amicizia perduta, cercano la felicità.
Proprio come noi.
Cambiano gli abiti, le città, le guerre, gli strumenti.
Non cambia il cuore umano.
Ed è forse questa la scoperta più emozionante che può fare uno studente: aprire un testo scritto venti o venticinque secoli fa e, per un istante, riconoscersi.
«Ma oggi c’è l’intelligenza artificiale»
È vero.
Oggi una macchina può tradurre in pochi secondi ciò che uno studente impiega molto più tempo a comprendere.
E allora?
Perché continuare a studiare il latino e il greco?
Perché lo scopo non è arrivare prima alla traduzione.
Lo scopo è quello che succede nella nostra mente mentre cerchiamo di arrivarci.
Quando traduciamo impariamo a osservare un problema da più punti di vista, a cercare indizi, a formulare ipotesi, a scartare quelle sbagliate, a collegare informazioni lontane, a scegliere tra possibilità diverse.
Impariamo persino qualcosa che oggi è preziosissimo:
a dubitare della prima risposta.
Una macchina può suggerirci una traduzione.
Ma qualcuno dovrà essere abbastanza preparato da domandarsi:
«È davvero quella giusta?»
Forse, paradossalmente, proprio nell’epoca dell’intelligenza artificiale abbiamo ancora più bisogno di imparare a pensare.
Non chiediamo sempre: «A cosa serve?»
C’è poi una domanda che accompagna spesso queste materie:
«Ma a cosa mi servirà?»
È una domanda legittima.
Ma forse non dovrebbe essere l’unica domanda che facciamo alla conoscenza.
A cosa serve ascoltare una musica che ci emoziona?
A cosa serve conoscere una poesia a memoria?
A cosa serve fermarsi davanti a un tramonto?
A cosa serve leggere una storia scritta tremila anni fa?
Non tutto ciò che ha valore produce un’utilità immediata.
Ci sono conoscenze che non servono semplicemente a fare qualcosa.
Servono a diventare qualcuno.
Una persona capace di capire meglio le parole.
Di riconoscere le proprie radici.
Di ragionare.
Di aspettare.
Di cercare.
Di meravigliarsi.
La fatica fa parte del viaggio
Quindi sì, ragazzi: sarà difficile.
Ci saranno giorni in cui una declinazione sembrerà incomprensibile.
Verbi che vi sembreranno creati appositamente per complicarvi il pomeriggio.
Paradigmi dimenticati cinque minuti dopo averli ripetuti.
Versioni nelle quali, dopo mezz’ora, avrete tradotto tre righe e mezzo.
E quel vocabolario enorme che sembrerà guardarvi dal tavolo con una certa aria di superiorità.
Qualche volta penserete:
«Non ce la farò mai.»
Poi un giorno accadrà una cosa piccolissima.
Guarderete una parola e la riconoscerete.
Leggerete una frase e, prima ancora di aprire il vocabolario, ne intuirete il senso.
Incontrerete un’espressione latina in un libro, in un tribunale, in un giornale, su un monumento e saprete cosa significa.
Leggerete Dante e sentirete, dietro l’italiano, l’eco del latino.
Entrerete in un museo e quelle statue non saranno più soltanto statue.
Andrete a Roma e un’iscrizione incisa sulla pietra proverà a parlarvi.
E voi, almeno un poco, saprete ascoltarla.
Quando arriverete in cima
Forse è questo che il latino e il greco possono insegnare più di ogni altra cosa.
Che non bisogna avere paura delle strade in salita.
Che la difficoltà non è sempre un segnale che ci invita a tornare indietro.
A volte significa semplicemente che stiamo salendo.
Il Rocci da una parte.
Il Castiglioni-Mariotti dall’altra.
Uno zaino pieno di paradigmi, qualche errore alle spalle e ancora parecchia strada davanti.
Continuate.
Perché un giorno potreste voltarvi e accorgervi di quanta strada avete percorso.
E capirete che quella lentezza che vi sembrava una perdita di tempo vi aveva insegnato a osservare. Che quella fatica vi aveva insegnato a ragionare. Che quelle parole antiche vi avevano portato molto più vicino a voi stessi.
E forse allora sorriderete pensando a tutte le volte in cui vi siete chiesti:
«Ma chi me l’ha fatto fare?»
Perché alcune strade sono faticose proprio perché portano in alto.
E quando finalmente si arriva in cima, il panorama è bellissimo.





0 Commenti