Ventiquattr’ore senza tempo: una notte in un faro, soli al mondo

Non si arriva in un faro per dormire. Si arriva per ritrovare un tempo che altrove sembra non esserci più.
Per ventiquattr’ore niente orologio, niente telefono, nessuna notifica. All’ingresso della piccola casa del guardiano c’è una scatola di legno. Si lasciano lì dentro le cose che normalmente stabiliscono quando svegliarsi, quando mangiare, quando rispondere, quando andare via.
La scatola si chiude.
La porta azzurra si apre.
Da quel momento il tempo non si misura più.
L’arrivo
Il faro appare alla fine di un sentiero che costeggia il mare. Una torre di pietra, una piccola casa, qualche roccia e una barca gialla tirata sulla riva.
Non c’è altro.
Ed è esattamente questo il privilegio.
Dentro la casa tutto sembra costruito per non distrarre: legno, libri, carte nautiche, una poltrona, poche suppellettili e finestre che rendono inutile qualsiasi quadro.
Fuori c’è il mare.
La prima tentazione è aprire tutte le finestre.
Entra il vento, si muovono le tende, l’odore della salsedine riempie le stanze.
Le scarpe diventano improvvisamente superflue.
Il primo lusso: non sapere che ore sono
Dopo poco accade qualcosa di insolito.
Nasce il bisogno di sapere l’ora.
La mano cerca automaticamente il telefono che non c’è. Lo sguardo cerca un quadrante che è stato volutamente eliminato dalla casa.
Poi quel bisogno passa.
Ed è allora che comincia davvero l’esperienza.
Si mangia quando arriva la fame. Si fa il bagno quando il sole scalda abbastanza la pelle. Ci si sdraia quando viene voglia di riposare.
Per una volta non bisogna essere da nessuna parte.
La barca gialla
Sulla piccola spiaggia aspetta una barca.
Non serve per andare lontano.
Bastano poche remate per lasciare la riva e guardare il faro dal mare.
Da lì la prospettiva cambia completamente. La casa diventa minuscola, la torre sembra ancora più solitaria e la costa perde qualsiasi riferimento umano.
Si possono lasciare i remi sul fondo.
La barca oscilla.
L’acqua batte lentamente contro il legno.
Nessuno sa che ora sia e, soprattutto, non importa più.
Il bagno nella caletta
Quando arriva il desiderio di entrare in acqua, si torna verso la piccola insenatura.
Il mare è trasparente.
Si entra lentamente, si nuota tra le rocce, poi si torna sulla spiaggia con il sale sulla pelle.
Non c’è uno stabilimento, non ci sono file di ombrelloni, non arriva musica da qualche altoparlante.
Solo un asciugamano sulla sabbia.
È una forma di lusso difficile da comprare: non avere nessuno intorno.
Ed è anche qui che il luogo acquista una sensualità inattesa.
La pelle ancora bagnata, il sole, i capelli spettinati dal vento, i piedi nudi sulla pietra calda. Non c’è nulla di costruito e proprio per questo ogni sensazione sembra amplificata.
Salire al faro
A un certo punto la luce cambia.
Quello è l’unico appuntamento della giornata.
Significa che è arrivato il momento di salire.
La scala gira all’interno della torre. Ad ogni finestra il mare compare più in basso.
Poi si raggiunge la lanterna.
Vetro tutt’intorno.
E davanti, l’orizzonte.
Da quell’altezza non si vede quasi più la terra. Per qualche minuto si ha l’impressione che il faro sia sospeso sull’acqua.
Si apre una finestra.
Il vento entra con forza.
E ci si affaccia.
Forse è questo il momento in cui si comprende davvero perché si è arrivati fin lì.
Il tramonto non ha un’ora
Nessuno annuncia il tramonto.
Semplicemente accade.
Il blu comincia a scaldarsi, le rocce diventano color rame e sul mare compare una strada di luce.
Si esce sulla balconata circolare.
Sotto si riconoscono la casetta, il sentiero percorso poche ore prima, la caletta e la piccola barca.
Tutto sembra lontanissimo.
Il sole scende lentamente fino a toccare l’orizzonte.
Nessuna fotografia riesce davvero a restituire quel momento, perché manca ciò che sta intorno all’immagine: il vento sulla pelle, l’odore del mare, il rumore delle onde molto più in basso.
E soprattutto manca il silenzio.
Quando il faro si accende
Poi arriva il buio.
Ed è allora che il faro smette di essere un luogo panoramico e torna a essere ciò per cui è nato.
La luce si accende.
Il fascio attraversa il mare, scompare e ritorna.
Dalla casetta lo si vede entrare periodicamente dalle finestre: illumina per pochi istanti una parete, attraversa la stanza e se ne va.
La cena è già stata lasciata in cucina prima dell’arrivo.
Pane, qualcosa di semplice, una bottiglia, frutta.
Nessun menu da scegliere.
Nessun cameriere.
Si può mangiare vicino alla finestra oppure portare tutto fuori.
La notte ha ormai cancellato l’orizzonte.
Una casa che invita a rallentare
Dopo il mare, il sole e il vento, la casa assume un’altra dimensione.
Una doccia calda.
La pelle che conserva ancora un leggero sapore di sale.
Una camicia larga, un accappatoio, piedi nudi sul pavimento di legno.
Le lenzuola bianche.
La finestra lasciata appena aperta.
Il rumore delle onde entra nella stanza mentre, a intervalli regolari, la luce del faro attraversa il soffitto.
È forse questa la parte più sensuale dell’esperienza.
Non perché debba accadere qualcosa.
Ma perché finalmente non deve accadere niente.
Nessuna fretta. Nessun programma. Nessun domani da organizzare prima ancora che sia terminato l’oggi.
La notte senza sapere quanto sia tardi
Prima di dormire si può uscire ancora.
Il mare di notte è completamente diverso.
Non è più azzurro, non riflette quasi nulla. È una presenza che si sente più di quanto si veda.
Sopra, invece, il cielo sembra enorme.
Il faro continua a girare.
Una luce.
Poi il buio.
Poi ancora la luce.
Non sapere se siano le undici, mezzanotte o le due produce una sensazione quasi dimenticata: il tempo torna a essere qualcosa che si percepisce, non qualcosa che si controlla.
Il risveglio
Non c’è sveglia.
Il mattino entra dalla finestra.
La prima cosa che si sente è il mare.
La seconda è il silenzio.
Si apre la porta e si esce così come si è, ancora assonnati, mentre la luce comincia a illuminare le pietre.
La barca è sempre sulla spiaggia.
Il faro, dopo avere vegliato tutta la notte, è spento.
In cucina c’è il necessario per preparare il caffè.
Lo si porta fuori.
E per qualche minuto la giornata può aspettare.
Poi la scatola si riapre
Soltanto alla fine vengono restituiti telefono e orologio.
Lo schermo si accende.
Compaiono messaggi, chiamate, notifiche, numeri.
E improvvisamente ritornano anche le ore.
È forse quello il momento più strano delle ventiquattr’ore trascorse nel faro.
Perché il mondo è esattamente come era stato lasciato.
Eppure qualcosa sembra essere cambiato.
Si riprende la strada con una consapevolezza semplice: per ventiquattr’ore non è successo quasi niente.
Un bagno.
Una barca.
Un tramonto.
Una cena.
Una notte.
Un caffè davanti al mare.
Eppure erano mesi che una giornata non sembrava così lunga.
Forse è questo il vero privilegio di dormire in un faro.
Non avere il mare davanti alla finestra.
Avere, almeno per ventiquattr’ore, la sensazione che il tempo abbia smesso di inseguirci.












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