Calabria, la terra che continua a chiamarti anche dall’altra parte del mondo

C’è una Calabria che non si trova sulle carte geografiche.

È quella conservata nelle case degli emigrati, nei cognomi pronunciati con un accento ormai americano, canadese, argentino, australiano, tedesco o francese. È quella delle fotografie ingiallite custodite nei cassetti, delle ricette che una nonna ha insegnato a una figlia e che oggi prepara una nipote nata a migliaia di chilometri di distanza.

È una Calabria che ha attraversato gli oceani senza avere bisogno di una nave.

Ha viaggiato nella memoria.

Una terra lasciata, mai completamente abbandonata

Per migliaia di calabresi partire non fu una scelta romantica. Si partiva perché bisognava lavorare, costruire una casa, dare un futuro ai figli.

Dietro rimanevano i genitori, i fratelli, gli amici, una strada, una piazza, una campagna, il rumore delle campane, il profumo del pane, il mare o le montagne.

Si prometteva di tornare.

Qualcuno lo fece dopo pochi anni. Qualcuno dopo decenni. Qualcuno non tornò più.

Eppure persino nelle famiglie che non hanno più rimesso piede in Calabria è rimasta una frase apparentemente semplicissima:

“Noi veniamo da lì.”

Dentro quelle quattro parole esiste un intero mondo.

Ai figli e ai nipoti dei calabresi

Forse non siete mai stati in Calabria.

Forse conoscete soltanto il nome del paese dal quale partì vostro nonno o il vostro bisnonno. Magari avete sentito pronunciarlo centinaia di volte durante i pranzi di famiglia senza sapere esattamente dove si trovi.

Cercatelo su una carta geografica.

Guardate quella piccola parte d’Italia protesa nel Mediterraneo. Cercate il paese. Cercate la strada, se esiste ancora. Chiedete ai più anziani della famiglia di raccontarvi tutto quello che ricordano.

Non soltanto le grandi storie.

Domandate quale fosse il soprannome della famiglia. Dove si trovasse la casa. Quale festa patronale aspettassero durante l’anno. Cosa mangiassero la domenica. Dove andassero da bambini. Quale montagna vedessero dalla finestra. In quale spiaggia facessero il bagno. Come si chiamavano i vicini.

Sono dettagli apparentemente insignificanti.

Un giorno potrebbero diventare preziosissimi.

Perché quando scompare l’ultima persona capace di raccontare una storia, quella storia rischia di scomparire con lei.

E un giorno, venite

Non per fare semplicemente una vacanza in Italia.

Venite a cercare qualcosa.

Prendete un’automobile e raggiungete il paese scritto sui vecchi documenti di famiglia. Camminate lentamente. Entrate nella chiesa dove forse furono battezzati i vostri antenati. Fermatevi nella piazza. Pronunciate il vostro cognome.

Potrebbe succedere qualcosa di sorprendente.

Qualcuno potrebbe riconoscerlo.

“Quella era una famiglia di qui.”

E improvvisamente un luogo nel quale non siete mai stati potrebbe smettere di essere completamente estraneo.

Forse troverete una casa diversa da quella raccontata dai nonni. Forse la casa non esisterà più. Forse incontrerete parenti lontanissimi dei quali ignoravate l’esistenza.

Oppure non troverete nulla.

Ma avrete percorso le stesse strade.

E qualche volta basta questo.

A chi invece torna ogni anno

Poi ci sono i calabresi che non hanno mai interrotto il viaggio.

Vivono a New York, Toronto, Buenos Aires, Melbourne, Zurigo, Bruxelles, Monaco o in qualche altra città italiana e, quando arriva l’estate, ricomincia il rito del ritorno.

Le valigie. I regali. Il viaggio. La porta della casa riaperta dopo mesi. Le finestre spalancate. I parenti da salutare. Gli amici ritrovati al bar.

Per loro la Calabria non è soltanto il luogo dal quale sono partiti.

È il luogo nel quale continuano a tornare per controllare che una parte della propria vita sia ancora lì.

E forse ogni ritorno contiene anche una piccola paura: accorgersi che qualcosa è cambiato.

Un negozio ha chiuso. Una persona non c’è più. Una casa è rimasta vuota. I ragazzi sono partiti. La strada dell’infanzia sembra più piccola di come la si ricordava.

Il paese reale cambia.

Quello custodito nella memoria, invece, rimane quasi immobile.

Ed è nell’incontro fra questi due paesi — quello ricordato e quello ritrovato — che ogni emigrato misura silenziosamente il tempo trascorso.

Conservate le parole

Esiste poi una cosa che merita di essere salvata: il dialetto.

Quelle parole che magari i nipoti comprendono appena, le espressioni che non hanno una traduzione perfetta, i modi di dire che facevano ridere a tavola.

Registrate la voce dei nonni.

Fatevi raccontare una storia.

Chiedete loro di pronunciare i nomi delle cose come si dicevano una volta.

Scrivete le ricette senza limitarvi agli ingredienti: annotate anche quel misterioso “quanto basta” che nelle cucine calabresi sembra avere attraversato le generazioni meglio di qualsiasi unità di misura.

Fotografate le vecchie fotografie e scrivete dietro ogni volto un nome.

Costruite un piccolo archivio della vostra famiglia.

Non serve un museo per custodire la memoria di un popolo. A volte basta una scatola ben conservata, una registrazione, un quaderno e qualcuno disposto ad ascoltare.

La Calabria appartiene anche a chi non l’ha mai vista

Essere discendenti di emigrati significa possedere una geografia particolare.

Si può nascere dall’altra parte dell’oceano e avere nella propria storia un paese calabrese di poche migliaia di abitanti.

Si può non parlare italiano e conoscere perfettamente il sapore di una ricetta calabrese.

Si può avere un passaporto americano, canadese, argentino o australiano e commuoversi davanti alla fotografia di una casa nella quale non si è mai entrati.

Non è contraddizione.

È eredità.

Le radici non obbligano nessuno a vivere nel luogo dal quale proviene la propria famiglia. Servono piuttosto a sapere che, prima di noi, qualcuno ha camminato, lavorato, amato, sofferto e sperato in un determinato punto del mondo.

Raccontate ai bambini da dove vengono

Forse il modo più semplice per mantenere vivo il legame con la Calabria è proprio questo.

Raccontarla.

Dire ai bambini: “Il tuo bisnonno è nato qui”.

Mostrare una fotografia.

Preparare una ricetta.

Insegnare una parola.

Raccontare perché un giorno qualcuno prese una valigia e attraversò l’oceano.

E soprattutto spiegare che quella partenza non rappresentò soltanto una separazione.

Fu anche un atto di coraggio.

Molte delle vite costruite oggi lontano dalla Calabria sono nate dal sacrificio di uomini e donne che lasciarono il proprio paese senza sapere esattamente cosa avrebbero trovato dall’altra parte.

Onorare le proprie origini significa ricordare anche loro.

Prima che sia troppo tardi, fatevi raccontare tutto

A chi ha ancora un padre, una madre, un nonno, una nonna o uno zio anziano capace di ricordare la Calabria di molti anni fa, andrebbe rivolto un invito.

Non aspettate.

Sedetevi accanto a loro.

Accendete il registratore del telefono e chiedete:

“Raccontami com’era.”

Poi lasciateli parlare.

Probabilmente racconteranno molto più di quanto avevate chiesto.

E un giorno quella voce potrebbe diventare uno dei beni più preziosi della famiglia.

La distanza si misura in chilometri. L’appartenenza no.

Dall’America alla Calabria ci sono migliaia di chilometri.

Dall’Australia ancora di più.

Eppure esistono distanze molto più brevi che separano le persone per sempre e oceani interi che non riescono a cancellare un’appartenenza.

Per questo la Calabria degli emigrati continua a esistere nelle cucine, nelle fotografie, nei racconti, nei cognomi, nelle feste, nelle telefonate ai parenti e in quel viaggio estivo che per molti non viene chiamato neppure vacanza.

Si dice semplicemente:

“Quest’anno torniamo in Calabria.”

E forse la parola più importante è proprio quella.

Torniamo.

Perché si può tornare anche in un luogo nel quale non si è mai vissuto.

Si può perfino tornare in un luogo che non si è mai visto.

Basta che qualcuno, prima di noi, abbia continuato a raccontarcelo.

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