San Giovanni in Fiore, una città stanca di assistere alla guerra permanente

Il confronto politico si è trasformato in uno scontro continuo. Intanto i problemi restano, i cittadini vengono divisi in tifoserie e persino raccontare ciò che di bello esiste nel paese sembra diventato difficile
A San Giovanni in Fiore la politica sembra aver dimenticato la sua funzione principale: governare, amministrare, trovare soluzioni.
Al suo posto va in scena ormai uno scontro permanente. Il sindaco da una parte, il presidente del Consiglio comunale dall’altra. Accuse, repliche, recriminazioni, responsabilità rinfacciate pubblicamente. Una contesa che rischia di trasformare ogni discussione amministrativa nell’ennesimo capitolo di una guerra politica della quale molti cittadini cominciano ad essere profondamente stanchi.
E mentre le istituzioni litigano, San Giovanni in Fiore aspetta.
Aspettano risposte i cittadini. Aspettano soluzioni i commercianti, i giovani, gli anziani, le famiglie. Aspetta un paese che avrebbe bisogno di parlare di sviluppo, lavoro, servizi, decoro urbano, viabilità, turismo, spopolamento e futuro.
Invece si continua a parlare soprattutto di chi abbia ragione e di chi abbia torto.
Il risultato più grave non è neppure lo spettacolo offerto dalla politica. È quello che sta accadendo fuori dalle stanze istituzionali.
La comunità viene lentamente trasformata in una curva da stadio.
Da una parte i sostenitori dell’uno, dall’altra quelli dell’altro. Ogni dichiarazione diventa motivo di scontro, ogni critica viene interpretata come appartenenza a una fazione, ogni discussione rischia di degenerare nell’insulto. Persone che vivono nello stesso paese finiscono per guardarsi come avversari soltanto perché hanno opinioni politiche differenti.
Ma c’è un’altra conseguenza, forse meno evidente e altrettanto grave: in questo rumore continuo non si riesce quasi più a raccontare San Giovanni in Fiore per quello che ha di bello.
E di bello ce n’è.
C’è una storia straordinaria, c’è l’Abbazia Florense, c’è Gioacchino da Fiore, c’è la Sila alle porte, ci sono tradizioni, paesaggi, cultura, memoria. Ci sono persone che lavorano, associazioni che si impegnano, giovani che provano a costruire qualcosa, attività commerciali che resistono e cittadini che, spesso senza clamore, fanno ogni giorno qualcosa di buono per la propria comunità.
Eppure tutto questo finisce in secondo piano.
Provare a raccontare il bello diventa persino difficile quando il racconto pubblico del paese viene continuamente occupato da polemiche, accuse, risposte, controrisposte e regolamenti di conti politici.
Ed è forse questa una delle sconfitte più amare: un paese che avrebbe mille storie da raccontare finisce per parlare quasi esclusivamente delle proprie guerre.
Che immagine restituiamo a chi ci guarda da fuori? Che cosa raccontiamo ai sangiovannesi che vivono lontano? E soprattutto quale idea di comunità consegniamo ai ragazzi che qui dovrebbero immaginare il proprio futuro?
La politica dovrebbe essere capace anche di valorizzare ciò che unisce. Dovrebbe far conoscere le energie migliori di una città, sostenerne le iniziative, costruire fiducia. Non può diventare una macchina che produce quotidianamente nuovi avversari.
San Giovanni in Fiore ha già conosciuto divisioni e campagne elettorali durissime. Ma quando rancore, sospetto e contrapposizione diventano il linguaggio ordinario della vita pubblica, qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dire basta.
Basta trasformare le istituzioni in un ring. Basta utilizzare i cittadini come pubblico chiamato ad applaudire o fischiare. Basta alimentare quotidianamente la contrapposizione tra “noi” e “loro”.
Il sindaco rappresenta l’intera comunità, non soltanto chi lo ha votato. Il presidente del Consiglio comunale ricopre una funzione istituzionale che dovrebbe garantire equilibrio, rispetto delle regole e dignità del confronto consiliare.
Se due figure istituzionali così importanti non riescono più a convivere politicamente senza trascinare continuamente il paese nello scontro, allora la questione non riguarda più soltanto loro.
Riguarda San Giovanni in Fiore.
E a quel punto è legittimo persino porre una domanda radicale: se non esistono più le condizioni per amministrare serenamente, perché continuare questa agonia?
La democrazia possiede uno strumento chiarissimo per risolvere le crisi politiche: il voto.
Se questa esperienza amministrativa dovesse dimostrare di non essere più capace di garantire un governo stabile e un confronto istituzionale dignitoso, tornare alle urne non sarebbe una tragedia. Sarebbe più rispettoso della città che trascorrere anni tra accuse, ripicche e guerre intestine.
Poi sarebbero i sangiovannesi a decidere.
Una scheda, una matita e la libertà di scegliere nuovamente chi debba rappresentarli.
Perché San Giovanni in Fiore merita di tornare a discutere dei propri problemi senza odiarsi. Merita di progettare il futuro. Merita soprattutto di poter tornare a raccontare le proprie bellezze, la propria storia, le proprie persone e tutto ciò che ancora funziona, senza che ogni cosa venga soffocata dall’ennesima polemica politica.
Una comunità può sopportare difficoltà economiche, errori amministrativi e momenti politici complicati. Quello che non dovrebbe essere costretta a sopportare è un clima permanente di ostilità e contrapposizione.
San Giovanni in Fiore ha bisogno di essere amministrata, non divisa.
Ha bisogno di tornare a parlare dei suoi problemi, certamente. Ma anche dei suoi sogni, delle sue possibilità e delle sue bellezze.
Perché un paese raccontato soltanto attraverso le sue guerre, alla fine, rischia di dimenticare persino quanto è bello.






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