Michele e Antonio Affidato, nel laboratorio dove l’oro diventa arte

Entrare in un laboratorio orafo significa scoprire quanto lavoro si nasconda dietro la perfezione di un gioiello. La prima impressione è quasi di stupore: ciò che siamo abituati a vedere illuminato dietro una vetrina, lucido e perfetto, qui è ancora materia da lavorare, un progetto da interpretare, un’idea che deve trovare la sua forma.

Nel laboratorio di Michele Affidato, a Crotone, si comprende immediatamente che l’oreficeria appartiene al mondo dell’arte prima ancora che a quello del lusso.

Lo si capisce osservando il lavoro, gli strumenti, i disegni. E soprattutto le mani.

Sono loro le vere protagoniste.

Mani che incidono, modellano, rifiniscono. Gesti precisi, apparentemente naturali, dietro i quali si nascondono anni di esperienza. Guardare un maestro orafo al lavoro restituisce una sensazione particolare: per qualche istante sembra che il tempo abbia un ritmo diverso.

La fretta rimane fuori.

Qui ogni dettaglio pretende attenzione.

Nel luogo in cui nasce un gioiello

Visitare un laboratorio orafo cambia inevitabilmente il modo di guardare un gioiello.

Dopo aver visto come nasce, non si riesce più a considerarlo semplicemente un oggetto prezioso.

Prima della vetrina esiste un percorso fatto di creatività e tecnica. C’è l’idea iniziale, il disegno, la scelta dei materiali. Poi comincia il confronto con la materia.

È questo il momento più affascinante.

L’artista deve riuscire a vedere qualcosa che ancora non esiste.

Michele Affidato ha iniziato molto giovane e ha trasformato quella passione in una ricerca durata decenni. Il suo nome è oggi conosciuto ben oltre i confini della Calabria, ma entrando nel suo mondo si ha la sensazione che tutto continui a partire dallo stesso punto: dal desiderio di creare.

L’oro passa attraverso le mani dell’artigiano e cambia identità.

Diventa un gioiello, un’opera d’arte sacra, un simbolo.

A volte diventa memoria.

Crotone entra nelle opere

Non è difficile comprendere da dove arrivi parte dell’ispirazione.

Basta uscire dal laboratorio e guardarsi intorno.

Crotone sorge su una delle pagine più importanti della storia del Mediterraneo. È l’antica Kroton, città della Magna Grecia, terra di Pitagora e luogo nel quale il passato continua a riaffiorare.

Poi c’è Capo Colonna.

La strada conduce verso il promontorio e alla fine appare quella colonna solitaria davanti allo Ionio, unica superstite del grande tempio dedicato a Hera Lacinia.

Una sola colonna.

Eppure basta.

Basta per immaginare ciò che doveva esserci.

Basta per comprendere perché un artista nato in questa parte della Calabria possa continuare a guardare al mondo magnogreco come a una fonte inesauribile di ispirazione.

Nelle creazioni di Michele Affidato ritornano suggestioni antiche, richiami alla cultura bizantina e alla Magna Grecia. Il passato non viene semplicemente riprodotto. Viene osservato e reinterpretato.

È così che una terra entra nell’opera di un artista.

Dall’atelier di Crotone al Vaticano

La carriera di Michele Affidato ha portato le sue creazioni molto lontano dal laboratorio in cui sono nate.

Una parte importante della sua attività è legata all’arte sacra, un campo nel quale il valore dell’opera non dipende soltanto dalla preziosità dei materiali.

Realizzare un’opera destinata alla devozione significa confrontarsi con la storia, con la simbologia e con il sentimento religioso di intere comunità.

Nel corso degli anni il maestro orafo crotonese ha realizzato opere giunte anche in Vaticano e legate ai pontificati di Benedetto XVI e Papa Francesco.

E pensare al percorso compiuto da queste creazioni ha qualcosa di straordinario.

Prima il laboratorio.

Un disegno.

La materia ancora informe.

Le mani dell’artista.

Poi Roma e il Vaticano.

La distanza geografica sembra enorme, ma il viaggio di un’opera d’arte comincia sempre nello stesso modo: qualcuno, prima di tutti gli altri, riesce a immaginarla.

Antonio Affidato e un’eredità da trasformare

Nel laboratorio, però, il tempo non ha portato soltanto nuovi lavori.

Ha portato anche una nuova generazione.

Antonio Affidato è cresciuto respirando questo mondo. Essere figlio di Michele significa aver avuto la possibilità di osservare da vicino il mestiere dell’orafo, comprenderne la disciplina e conoscere il valore della manualità.

Ma un’eredità artistica non può limitarsi alla ripetizione.

Deve trovare una strada personale.

Antonio ha scelto di ampliare il proprio orizzonte attraverso lo studio dell’oreficeria, dei metalli e della scultura. Nato a Crotone nel 1994, ha costruito un percorso che lo ha portato anche all’insegnamento del Design del gioiello all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria.

Il suo lavoro conserva il rapporto con la materia appreso nel mondo orafo, ma cambia dimensione.

Dal piccolo al monumentale.

Dal gioiello alla scultura.

Dall’opera che si tiene tra le mani a quella davanti alla quale bisogna alzare lo sguardo.

Hera Lacinia torna a Crotone

È proprio Antonio Affidato a legare il nome della famiglia a una delle figure più potenti della storia antica di Crotone.

Hera Lacinia.

La dea venerata per secoli nel grande santuario di Capo Lacinio è diventata una monumentale statua in bronzo, alta circa due metri e mezzo, realizzata dal giovane artista crotonese e collocata sul lungomare della città.

Per comprendere il significato dell’opera bisogna tornare idealmente a Capo Colonna.

Là dove oggi il vento attraversa l’area archeologica e il mare occupa quasi interamente l’orizzonte, sorgeva uno dei più importanti santuari del mondo antico.

Di quella grandezza rimane una colonna.

A chilometri di distanza, sul lungomare di Crotone, Hera ha ritrovato invece una figura.

È difficile non cogliere la suggestione.

Una divinità venerata nell’antica Kroton viene reinterpretata, dopo oltre duemila anni, da un artista nato nella stessa città.

Il bronzo restituisce un corpo al mito.

E la città contemporanea torna a dialogare con quella antica.

La curiosità: dall’oro al bronzo cambiano le dimensioni, non la precisione

Osservando il percorso di Michele e Antonio Affidato emerge un particolare interessante.

Il lavoro dell’orafo e quello dello scultore sembrano appartenere a mondi lontanissimi.

Il primo può lavorare su pochi millimetri. Il secondo, davanti a una statua monumentale, deve confrontarsi con metri di materia.

Eppure entrambi hanno lo stesso problema: le proporzioni.

In un gioiello un errore minuscolo può compromettere l’armonia dell’intera creazione. In una scultura monumentale quello stesso errore, ingrandito, diventerebbe immediatamente visibile.

Cambiano le dimensioni.

Non cambia la necessità di conoscere la materia.

Ed è forse proprio qui che il percorso di padre e figlio trova il suo punto d’incontro più interessante.

Quello che una vetrina non racconta

Quando si esce da un laboratorio orafo si guardano i gioielli in modo diverso.

La vetrina mostra soltanto l’ultimo capitolo.

Non racconta le prove.

Non racconta il disegno iniziale.

Non racconta le ore trascorse su un particolare quasi invisibile.

Non racconta quante volte un artista abbia osservato un’opera chiedendosi se fosse davvero finita.

È questa la parte che rimane impressa dopo aver conosciuto da vicino il lavoro di Michele Affidato.

La bellezza non arriva all’improvviso.

Viene costruita.

Un gesto dopo l’altro.

E forse è proprio questo il filo che unisce Michele e Antonio Affidato.

Il padre ha affidato all’oro una parte importante del proprio percorso artistico, portando il nome della Calabria fuori dai suoi confini. Il figlio ha raccolto quella conoscenza della materia e l’ha condotta anche verso la scultura monumentale.

Oro e bronzo.

Due generazioni.

E la stessa città sullo sfondo.

Crotone.

Una città nella quale basta guardare il mare per incontrare il passato e dove, dentro un laboratorio orafo, si può ancora assistere a uno dei gesti più antichi dell’uomo: prendere la materia e provare a trasformarla in bellezza.

L’arte continua il suo viaggio

Il racconto di Michele Affidato non si ferma alle porte del suo laboratorio. L’oro lavorato a Crotone continua a viaggiare, portando con sé suggestioni che appartengono alla storia più antica della Calabria.

Il prossimo incontro sarà in un luogo che sembra fatto apposta per accogliere questo dialogo tra passato e presente. Domenica 19 luglio, alle 21, il Castello Angioino di Savuto, a Cleto, farà da scenario a “I Gioielli dalla Magna Grecia a Oggi”, un appuntamento dedicato alle creazioni del maestro orafo crotonese.

Immaginare quei gioielli tra le pietre di un antico castello aggiunge fascino all’evento. Sarà l’occasione per seguire, attraverso forme, simboli e lavorazioni, un percorso che parte da molto lontano e arriva alla contemporaneità. Perché nelle opere di Affidato la Magna Grecia non è soltanto memoria archeologica: diventa ispirazione, viene reinterpretata e affidata a una materia preziosa destinata a durare.

Il suo è un cammino che dalla Calabria lo ha condotto negli anni in contesti prestigiosi, dall’arte sacra alle creazioni realizzate per importanti personalità, fino ai riconoscimenti legati al Festival di Sanremo. Eppure, osservando il suo lavoro, il punto di partenza sembra rimanere sempre lo stesso: quella terra affacciata sullo Ionio nella quale l’antico continua, sorprendentemente, a suggerire nuove forme.

L’appuntamento di Cleto offre allora un motivo in più per avvicinarsi a questo mondo. Non soltanto per ammirare dei gioielli, ma per osservare cosa accade quando la sapienza artigiana incontra la cultura di un territorio.

E dopo essere entrati in un laboratorio orafo, dopo aver visto quanto tempo, precisione e sensibilità si nascondano dietro ciò che alla fine appare semplicemente bello, si comprende forse qualcosa in più.

Un gioiello può essere prezioso per la materia di cui è fatto. Ma diventa arte quando riesce a raccontare qualcosa che appartiene anche a chi lo guarda.

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